“Medusa era una dea. La più bella. Eppure noi la ricordiamo come una figura orribile, una delle rappresentazioni del male più inquietante che l’arte ci ha voluto trasmettere: il ghigno malefico di una testa mozza con serpenti al posto dei capelli. Come mai a Medusa fu tagliata la testa? Perché molti di noi non sanno che “medusa” deriva dal sanscrito medha (greco metis; egiziano maat o met) e vuol dire saggezza? La bellezza di Medusa andava molto al di là dell’aspetto esteriore. Essa incarnava la percezione, il contatto sensibile con tutto e tutti, con l’ambiente e con il tempo. Rappresentava i cicli del tempo come passato, presente e futuro e i cicli della natura come vita, morte e rinascita. La sua bellezza si nutriva di complessità ed era colei che creava e distruggeva, alla continua ricerca di perfetti equilibri naturali. Dei tre mondi conosciuti (il cielo, la terra e gli inferi) Medusa era la mediatrice (medium, canale di comunicazione) e il filtro. Come le acque del Mediterraneo determinano i confini tra popoli e culture, così Medusa era la terra di mezzo tra il visibile e l’invisibile: un archetipo che testimonia il “passaggio”, l’”evoluzione”. Medusa era anche la signora degli animali, energia latente ed attiva nella natura, ma, più di ogni cosa, era la verità ultima oltre ogni possibile dualismo. Anche Zeus se ne innamorò e dal loro amore nacque Atena. Medusa: meravigliosa e superba sintesi di sapienza, intuito, coraggio e di tutte le doti femminili, fu la più venerata, almeno fino al 600 a.C., poi qualcosa cambiò. Poseidone, fratello di Zeus, irresistibilmente attratto da Medusa la violò, costringendola ad un rapporto sessuale sul pavimento del tempio di Atena. Quest’ultima, irritata dall’affronto, punì Medusa trasfor-mandola in un mostro: il corpo si ricoprì di scaglie; le mani divennero di bronzo; i denti come zanne di cinghiale; i capelli dei serpenti; occhi di fuco; lingua penzolante. Atena, in più, aveva dato al suo sguardo il potere di trasformare in pietra chiunque la guardasse negli occhi. In realtà, questa fu la peggiore condanna: quella di non poter guardare chi si ama. Una schiavitù che porta a non amare. Medusa divenne dunque una Gorgone (da gorgòs, spaventoso), la regina delle amazzoni, guerriere africane che compirono innumerevoli gesta eroiche, donne ammirate e temute per il loro valore. Medusa era l’unica mortale tra le Gorgoni. Fu Perseo, figlio di Zeus, ad ucciderla: le tagliò la testa e la consegnò al suo Re poiché lo incoraggiò a compiere imprese impossibili, come quella di uccidere Medusa. Dal 600 a.C. in poi, all’adorazione di Medusa fu sostituita quella per Atena. Perché Atena? Chi è veramente Atena? Atena nacque sì dall’amore tra Zeus e Medusa, ma nacque dalla testa di Zeus. Fu una nascita ad “inseminazione mentale”, non fu necessaria la maternità ed il ventre di donna. Atena è la dea della conoscenza e della forza fondata sull’intelligenza, la ragione, le armi. Medusa era la dea della sapienza fondata sul contatto con il mondo sensibile. In quel periodo si fortificava l’idea che l’uomo, con l’ingegno e la forza, potesse dominare la natura. I rituali dedicati a Medusa furono dunque sospesi, i santuari distrutti, le sacerdotesse violentate ed uccise. La sua effige divenne simbolo del male. Ecco cosa scrive in quegli anni un uomo “illuminato” dalla ragione e dalla mente matematica: “C’è un principio buono che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo, e un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre e la donna” Pitagora (575 a.C. – 495 a.C.). Ho la vaga sensazione che nelle tracce del mito si nascondano, in modo neanche tanto ortodosso, chiari indizi del periodo in cui alla femminilità si oppose la maschilità. Fu forse da allora che alla donna fu tolta la voce? Fu allora che la donna cominciò a divenire immagine del male. Non a caso, a Pandora come ad Eva, fu attribuita la responsabilità (per la loro “curiosità”) di aver causato tutti i mali dell’umanità.
A ben vedere molto anticamente (1400 a.C. circa) Medusa veniva chiamata anche Neith, Anath, Athene, oppure Athenna e Athana. Mi sa tanto che il mito ci vuole dire che fu Atena a ribellarsi ad una parte di sé, quella più debole e dannosa, quella femminile. Dunque fu la donna stessa, autonomamente e intelligentemente, a decidere di far prevalere una parte di sé (quella più maschile) per sottomettere l’altra (quella femminile). Atena, e quindi l’uomo, ora, potevano finalmente fare uno scatto evolutivo affidandosi alla razionalità. La conoscenza silenziosa del corpo e la saggezza legata ai cicli naturali, divennero un peso. E fu la donna stessa, ragionevolmente, a liberarsene. Questo ci ha inculcato il mito. Tant’è che anche le rivendicazioni femministe, in realtà, erano nel solco del maschilismo, cioè mirate a fortificare la parità e l’identificazione con il mondo maschile, in quanto unica possibilità per una vita di riscatto. Il rinnegamento delle doti femminili, da parte delle stesse donne, è stato un grande delitto per tutti.
È così che all’evoluzione culturale e sociale dell’umanità, abbiamo sottratto per millenni la voce della donna, fondamentale per una più sensata e sensibile evoluzione. Abbiamo fatto un scelta: abbiamo preferito l’energia della ragione e delle tecniche all’energia della conoscenza sensibile e dell’intuito. Certo, dai tempi del mito greco ci siamo evoluti. Ma in che direzione? Era una strada possibile, entusiasmante. Forniva all’uomo lo scettro di re, sul regno degli uomini, degli animali, delle piante, della terra e del tempo. Ora, nel 2012, quella strada appare decisamente corta, sbarrata. È necessario guardarsi indietro e cercare altrove le vie per una evoluzione più felice, armonica e durevole.
Se curiosiamo intorno a quegli strani fenomeni della comunicazione che fanno sì che un’idea pensata non sia mai uguale a quella spiegata a voce, che a sua volta non sarà mai uguale a quella messa per iscritto, che non sarà mai uguale a quella messa in atto e che, infine, non sarà mai uguale a quella percepita, intuiamo come l’essenza di un messaggio possa esse colta solo dall’inconscio.
La donna ci invita a considerare l’ascolto come motore della comunicazione, del pensiero e dell’azione. Un ascolto estetico e biologico. Per sua natura la donna è connessa ai cicli della vita. Non un istinto meccanico legato alla vita come sopravvivenza, ma un istinto sensibile, emotivo, attento alla vita nella sua complessità ed evoluzione armonica. L’identità femminile è preziosissima ed il suo pieno e consapevole recupero è condizione necessaria per il Nuovo Rinascimento. Solo a partire da queste attitudini la comunicazione potrà candidarsi ad un ruolo benefico e costruttivo. Il risveglio dell’identità della donna, al pari di quello dell’identità dei Sud del mondo, è sia il presupposto che il centro dell’utopia neorinascimentale del comunicare mediterraneo.
Ci sono molte similitudini tra l’universo femminile e quello delle popolazioni del Sud e non solo per aver subito medesime e secolari condizioni di oppressione, o per i luoghi comuni e stereotipi con cui vengono etichettati. La loro somiglianza è sul piano del rapporto di comunicazione tra la propria identità e tutto il resto. Il Sud e la donna sono il ventre dell’umanità, centro nevralgico e di raccordo di tutte le connessioni sensibili tra il proprio corpo e i cicli naturali. La donna, come il Sud, è profondamente legata ai ritmi e agli equilibri vitali della natura. Il suo istinto è sempre in difesa della vita, non la propria, ma la vita in senso più ampio. Ha in sé il senso della misura. È essa stessa fonte di vita e, pertanto, riconosce e sente tutto ciò che è contro la vita. L’inconscio femminile è il deposito della coscienza ecologica. Il suo inconscio è una sorgente infinita, un medium perfetto, come la nostra Medusa, per accogliere i messaggi della vita. Liberare la voce della donna vuol dire liberare, ascoltare e condividere quei preziosi messaggi. I valori e le attitudini femminili sono, dunque, fonte di speranza per la rigenerazione dell’ambiente e per la nostra felicità. Intuito, sensibilità, amore, cura, attenzione, creatività, vitalità e trascendenza sono solo alcune delle virtù femminili che riattivano il contatto e il senso di appartenenza all’universo umano e naturale. Tutte le antiche e sagge culture dell’uomo hanno riconosciuto nella donna un intimo e quasi corporeo rapporto di comunicazione con la terra. Secondo quei popoli, la Grande Madre, Madre Terra, infuse nel corpo femminile il potere di generare la vita, di curare, di allontanare la morte e di rinascere. Anche Demetra, mito della fertilità legato alla cultura contadina, dea della terra e grande nutrice, è espressione della complessa dimensione femminile fragile ma tenace, terrena ma sensibile. Nel mondo simbolico la donna è colei che ha il ministero delle percezioni e dei sentimenti e, essendo connessa biologicamente ad un ciclo interno di fertilità, come la terra con il suo ciclo di fertilità, ha la capacità di scavare in profondità, saper aspettare e risalire alla luce per creare e rinascere.
La donna è “vivençia”. Vivençia è un termine spagnolo difficilmente traducibile se non con un concetto. Indica l’esperienza della vita mentre la si vive, un’esperienza che si nutre del passato rendendolo vitale per il presente ed il futuro e consegnando alle generazioni preziosi saperi. È la ricerca di consapevolezza che genera conoscenza e coscienza, è la vita come riflessione e pensiero di sé e, “pur dandosi nella relatività dell’umano, ha, qualcosa della rivelazione”. Le rivelazioni che possiamo ascoltare attraverso la sensibilità femminile ci possono orientare verso un attenzione a sensorialità ed istinti più costruttivi. Abbiamo prestato la nostra sensorialità al commercio, esponendola troppo all’uso quasi esclusivo dell’emotività prodotta dai bassi piaceri. È per questo che l’istinto stimolato dagli attuali modelli di comunicazione è, da troppo tempo, quello collegato alle sfere inferiori e più negative del nostro inconscio. La buona comunicazione può essere definita tale solo se assume su di sé, almeno in parte, le sensibilità di ascolto estetico e viscerale della donna; la capacità di dare ascolto ai messaggi captati dall’inconscio; il suo linguaggio di istintiva verità; il suo sguardo creativo orientato alla vita; il suo abbraccio comprensivo, paziente e materno.“
Estratto da “Comunicare Mediterraneo” di Stefano Petrucci (p.341) – Logo Fausto Lupetti Editore, Bologna 2011




















